2012

Emiliano Dante
Figure e texture

Ho conosciuto davvero Paolo De Felice la notte tra il 6 e il 7 aprile 2009, in una fila per l'assegnazione delle tende, sotto una pioggia leggera, in una città distrutta dal terremoto. Prima ci salutavamo, ma non sapevamo praticamente niente l'uno dell'altro.
Nei sei mesi dopo quella notte abbiamo vissuto branda a branda nella tendopoli di Collemaggio, in Tenda 3. Avevamo trasformato quella tenda in una specie di atelier multidisciplinare all'aria aperta, in uno studio multimediale con le pareti di stoffa: musica, fotografia, scrittura, cinema, teatro - tutto quello che di creativo si poteva fare in una tenda con cinque brande, noi lo facevamo. Parte di quello sforzo è rimasto in Into The Blue, il nostro film - parte si è semplicemente esaurito nelle tende, nel bisogno di un'auto-terapia.
E' chiaro che ora, dopo una conoscenza così profonda e proficua, il mio sguardo sull'opera di De Felice è necessariamente diverso rispetto a quello che posso posare sulle opere di qualsiasi altro artista. Il mio è uno sguardo necessariamente più familiare, meno da storico dell'arte, da critico o da qualsiasi maschera professionale voglia indossare per l'occasione.
In effetti, non l'avessi conosciuto così bene e non avessi lavorato con lui, avrei probabilmente impostato queste poche righe sugli echi della pittura informale. Avrei fatto notare come, per molti aspetti, la materia tormentata dei suoi quadri, nei suoi segni e nei suoi ritmi, sia parente stretta dei segni e dei ritmi di Mark Tobey. Così come l'insistenza sul viso abbia tratti in comune con Fautrier, specie nei suoi primissimi quadri. Oppure avrei notato come il contrasto tra la minimalità grafica della silhouette e la violenta vitalità della materia trova alcune analogie con gli ominidi del primissimo Piero Manzoni e, più in generale, con quella pittura che alla fine degli anni '50 cercava di uscire dal lirismo romantico della materia per cercare espressioni meno legate all'io e all'immanenza dei materiali.
Le mie non sarebbero state, del resto, constatazioni troppo azzardate: a prescindere dalle evidenze formali, la ricerca di una dimensione universale o per lo meno superindividuale - presente sia in Tobey che nel primo Manzoni - è sostanzialmente interna al percorso di De Felice.
In lui, addirittura, questa dimensione è superindividuale in modo duplice: nello stile (i profili non hanno tratti che li caratterizzano e che li distinguono gli uni dagli altri) e nella rappresentazione (la coppia). In questo senso, anzi, si potrebbe andare oltre, notando che i profili, al di là dell'azione cui alludono (piangere, baciare ecc...), sono soprattutto protesi a raggiungere una condizione mediana, una sospensione tra il qualcosa (la macchia) e il qualcuno (il profilo). Più filosoficamente, volendo, cercano di apparire nello spazio aperto tra il chiunque e il qualcosa, evitando il qualcuno, vale a dire la rappresentazione di un'identità riconducibile a una singola individualità. Anche nelle opere più recenti, dove il dettaglio grafico tende a specificare maggiormente i lineamenti, non viene di fatto prodotta alcuna individualità: l'unico elemento distintivo è l'età - e solo nei pochi lavori in cui pare essere rappresentato un bambino.
In questa dimensione così superindividuale, paradossalmente continuo a vedere Paolo. Non perché riconosco i suoi lineamenti, ma perché in questa ricerca dell'universale emerge una sensibilità lirica che è intrinsecamente volta all'individuale. Nei suoi quadri è lirico il colore, è lirica la materia. E' lirica, in un certo senso, anche la matrice psicologica: il profilo che piange sangue è chiaramente e brutalmente un autoritratto dell'artista in quanto essere sofferente o, meglio ancora, dell'artista in quanto artista. L'artista non è che un bimbo che piange (Corazzini). L'artista non è che un Puer che sanguina (Hillman). L'essere ferito del Puer (di Edipo), in questo percorso è l'atto stesso di dipingere. Tutti i colori, in fondo, sono i colori del sangue.
In questa prospettiva, possiamo vedere i quadri di De Felice come il tentativo di trovare un equilibrio tra espressione personale e il suo contrario (lo schema, la variazione, l'universale). E' la stessa tensione che troviamo nella materia, nel tormento della superficie: sembra scritta e ferita, riscritta e riferita (non a caso il verbo “riferire” unisce la parola alla piaga, ferendo due volte). La texture dei dipinti è un testo (text). Allo stesso tempo, il testo è un fantasma - non possiamo leggerlo. E' importante come simbolo di ogni testo, di ogni parola, di ogni ferita. O, forse, di ogni perdita, tanto della capacità di dire quanto della capacità di sentire, di leggere come di scrivere. Le parole, in questo, sono come le persone: perdono individualità e significato - sono segni indistinti. E in questo diventano elementari. Sono le pulsazioni della superficie.

Articolo su Vario di Anna Maria Cirillo.

Intervista di Annalisa Casciani su AbruzzoWeb.it

Testo di Maria Cristina Ricciardi su ArteAbruzzo.it

Gianfranco Mascelli
PAOLO DE FELICE: 2-0-1-1

L’AQUILA. Nel corso della manifestazione della “Perdonanza” si è inaugurata la mostra personale di Paolo De Felice dal titolo 2-0-1-1, giovane autore aquilano, presso la Sala Congressi dell’Hotel Castello a L’Aquila. È alla sua prima personale, Paolo De Felice, con catalogo della Palladino Editore, presentato da Emiliano Dante con il quale ha collaborato in qualità di Assistente alla regia al lungometraggio “Into the Blue”, del quale è stato anche co-autore della colonna sonora e attore recitante. Abituato a muoversi nella multimedialità culturale, Paolo De Felice si appassiona del mondo della pittura che esprime, in forma sintetica e, in ordine al rapporto fra gli uomini pensanti, toccando con sapienza, la sensazione delle singole azioni del pensiero come la riflessione, il confronto, l’insieme, l’ascolto. Tutto ciò che fa parte del rapporto sempre o quasi sempre espresso fra due individui astrattamente figurativi dai tratti appena accennati del volto come a rappresentare il “chiunque”, ma dediti a una forte comunicazione fra loro, impersonale ma incisiva, volta più alla moltitudine, a ciascuno di noi. Il dinamismo fisico dell’autore si trova ora a riflettere su quello che è, nella sua sintesi metafisica e insieme surreale, il rapporto con l’altro che è nella domanda: cosa possa comportare l’azione successiva con l’altro, quasi tacitasse l’abbandono dell’istinto e, all’occorrenza, volgersi a un colloquio chiarificatore, sia con se stesso e sia con l’interlocutore che è sempre se stesso. L’istinto si muove solo graficamente seguendo la composizione di una grafia multiforme e cementata in ordine sparso come una scrittura interlocutrice e insieme interplanetaria che irrompe sui personaggi e nello spazio che s’interpone fra loro solo per farsi, finalmente, decifrare.